Albrecht Dürer 1509

Capita che mi metta a giocare con le parole, trasformandole in ciliegie di pensieri.

Lo scorso pomeriggio canticchiavo “la donna è mobile”, non so proprio come mai, saperlo comunque che importerebbe. In un attimo mi è balzato alla mente un mobile di casa a me caro: la mia poltrona. E’ tutta in legno con due cuscini, scelti di due colori diversi. E’ larga e comoda, stilizzata. Mi stiracchia ogni vertebra della schiena e sui suoi braccioli adagio le mie braccia.

Spesso mi sono posata stanca, immersa tra inutili riflessioni che si rincorrevano alla ricerca di perché, nella speranza di risposte, con segmenti di vita ripescati da chissà quali tempi, messi in fila e poi rimescolatisi. Quanto spreco di tempo e soprattutto di energie.

E’ capitato che vi abbia accolto uomini o donne che desideravo ascoltare, con le quali dare inizio ad una conoscenza e poi chissà ad un’amicizia, ma nulla del desiderato si è realizzato.

Si sono accomodate persone che mai l’hanno vista, ma per me era una gioia immaginarle proprio lì.

Dopo anni so quant’è preziosa.

Mi siedo e mi ascolto con cura, i pensieri accalcati iniziano a scorrere fluidi, in palloncini colorati rigonfi di elio volano in alto e via quelli inutili. Con me restano l’utile ed il prezioso. Quando mi alzo, parrà strano, pure il corpo è rilassato, i muscoli si sono allungati da sé, e il respiro si è fatto profondo e calmo.

Questo inizialmente fu un esercizio, ora sta diventando un momento dedicato a me, per me. Non c’è nulla di egoistico, è un prendersi cura di sé, sempre più amorevole.

Vi faccio accomodare, anche con la fantasia, voi persone con le quali il silenzio è il più profondo dei dialoghi e le parole sono le risa ricorrenti di occhi conosciuti e brillanti.

Non un mobile come gli altri, è un po’ magico, abita nel profondo.

E’ con me sempre e lo porto ovunque.

“Qualcosa sale

qualcosa resta,

due dita che si sfiorano

salvaguardano l’identità

di ognuno”.

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