Sapere di che panno è vestito qualcuno

…oltre le apparenze…

Attraversando in auto Corso Lecce a Torino, vedo un balcone stretto e corto con tanti panni stesi. Le mollette cercano spazio. Immagino piccole stanze, con i loro attivi abitanti. Mi attira, sempre lì, così, coi suoi colori ad asciugare al sole. Tutto lavato in fretta, ci dev’essere sempre nuovo spazio. Non mi sono mai fermata a fotografare. E’ per me più una storia che mi segue e seguo da tempo, mi regala minuti al semaforo rosso.

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In un’altra città italiana camminavo da ore alla ricerca di un particolare che mi attraesse, che mi venisse incontro.

Questa finestra nel giallo, sfiorata dalla luce mi calamitò, essenziale. Un muro fresco di intonaco e di vernice, un maglione. Una persona sola o un angolo dove cogliere gli ultimi raggi di sole per il bucato? I raggi risaltano i rilievi, il metallo e il legno, donano vita a un vicolo.

Anche ciò che chiamiamo inanimato parla di sé e del suo intorno.

E’ più facile da guardare dei viventi, ha meno variabili nel presente e nello scorrere del tempo. Comunque varia, comunque esprime e da lui si può iniziare a osservare accompagnati dalla curiosità.

Spesso parto da minuzie e mi immagino persone, ambienti, stati d’animo.

E’ un divertimento, soprattutto un esercizio per cogliere particolari, per discernere quelli più significativi dimenticando gli altri.

Ci sono scorci che indicano tracce di vita.

Camminando a muso duro tra le strade o fermandosi ai semafori senza guardarsi intorno forse ci perdiamo qualcosa. Ogni volta che volgo il mio sguardo qua e là ecco che: la finestra coi grammofoni parla dell’uomo che li restaura, fiori e piante curati dicono della signora china ogni giorno in mezzo a loro, chi cammina a testa in giù schivo aspetta un saluto, chi rivolge un cenno sorridente magari parlerà… Si sentono l’ambiente, i quartieri con la loro gente.

Uno Specialista in Relazioni d’Aiuto non può esimersi dall’osservare attento, anche quando non è in studio a lavorare, anche se non balza da una riga all’altra di un libro per comprenderlo, anche uscendo dalle porte di una conferenza. L’allenamento è sempre.

Quand’ero piccola mi si parlava di antenne, di drizzarle per imparare e per fare. Guardavo mungere, spiegare, leggere il giornale, sentivo cantare e ascoltavo musica… presente alle azioni come ai discorsi, ai moti d’animo e ai silenzi. A partire dal mondo degli adulti mi sono lanciata in prove ed errori inventandomi capace di pezzi di mestieri, espressioni, modi di essere. Grazie ai libri discutevo coi loro scrittori, anche se non erano lì con me, il dialogo tra noi c’era. E col mondo dei miei coetanei? andava in modo analogo, ma scherzi e giochi e biciclette e compiti ci rendevano più vicini, nei banchi come in cortili e campi.

Sviluppare le antenne consente di cogliere segnali deboli.

I segnali deboli possono essere importanti, ecco perché sentirli. Mi importa sapere come ho sentito? sì, per riuscire a rifarlo, possibilmente meglio. Utilizzo conscia quanto captato. Non c’è casualità. Piccoli passi coscienti, rispettosi, immediatamente attenta alle risposte dell’Altro. I segnali forti li emettiamo facilmente per abitudine, per mascherare quel che di noi non ci va, non conosciamo o non vogliamo far sapere. Naturalmente ci sono segnali stridenti, talmente acuti o bassi, di volume così alto che vanno considerati.

Non basta capire, bisogna cogliere lasciandosi trascinare dall’intuito, dai visceri. Quando capisco una cosa spesso non la sento, non risuona in me, resta un insieme di concetti razionali. Risolvo un’espressione? ne sono contenta, mi diverto anche con altre, ma nulla di tutto ciò entra a far realmente parte del mio io. Mi compro, supponendo che possa, un’oca. Dimentico gli studi di Lorenz e ne studio il comportamento. Dopo mesi di vita con questo animale ci comprenderemo, usando i nostri due linguaggi, anzi ne avremo sviluppato uno comune. Questo non solo soddisfa, stupisce e apre orizzonti sulla possibilità di essere al di là di schemi umani prefigurati. Una comunicazione trans-specifica è possibile e arricchisce. L’oca non lo so, ma noi sì.

Capisco la mia giovane panettiera? potrei fare un elenco delle sue caratteristiche, di alcuni vissuti, dei suoi umori, ma questo non è capirla. So che è una brava venditrice, non basta. So che ha un cane, non basta. So che ha un fidanzato, non basta. E’ sabato è contenta perché avrà un giorno di riposo, non basta. Nonostante il bancone e la fretta ci guardiamo e scambiamo un pensiero, incrociamo gli sguardi scrutandoci un po’: il gioco cambia. Solo in questo istante iniziamo a riprendere le fila del nostro lento conoscerci, rispettarci tra michette e bocconcini. Parliamo da qualche anno, pochi istanti alla volta e per me lo straordinario è che non ci siamo capite, no, ci siamo sfiorate più volte fino a essere presenti in tasselli del nostro quotidiano. Quei tasselli sono il frutto della scoperte fatte a partire dai nostri segnali deboli. Un pezzo di fiducia dato e regalato, un po’ alla volta.

Quando arriva un Cliente? non c’è ancora un linguaggio, neppure tasselli condivisi, non si scorgono segnali deboli significativi. Tutto deve iniziare. Accade quando si apre una porta, si incrociano gli sguardi, ci si scambia un saluto, un’occhiata aperta all’insieme e si va verso poltrone. Ci si siede e il gioco, il lavoro, il lavoro giocoso ha inizio. Non è un ciak si gira, è un ciak si vive intensamente. I panni li indossiamo sempre, sotto ci sono le onde, le frequenze essenziali da cogliere. Quindi in alto le antenne.

                                                          Bruno Munari
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