Avete mai sentito tutto per voi un seme di sesamo che fermo vi osserva?

Quello che sento ora mio è bianco e piumoso, molto più grande di un soffione. Passa la maggior parte del suo tempo a scrutare curioso e a fiutare interessato. Quando fermo le mie cose e gli rivolgo lo sguardo eccolo appagato nell’istante. Il suo è un continuo imparare e soprattutto un godere degli attimi. Almeno per me è così.

Il mio seme è Délphy, una femmina simile nei modi e nell’aspetto a un pastore da gregge. Mi ha insegnato a darle ordini. Appare come un essere che deve scoprire tutto, un cucciolo eterno. Mi spinge a soffermarmi per spiegarle le numerose novità nella sua vita. Quando si arruffa la cheto e così imparo a farlo meglio con me. Arricchisce col suo chiedere delicata carezze. E’ gioia quando corre coi suoi amici. E’ casa coi suoi saluti vivaci.

E’ il mio seme di sesamo perché di me sa tutto, almeno credo, e forse io sono il suo di seme.

La sua presenza dormiente o attenta mi fa stare bene e questo stare nasce proprio dal sentirmi osservata, senza giudizio.

Se esiste tutto per me un seme di sesamo, fermo a guardarmi, lo sentirò.

Essere vista per essere nei soli istanti, svincolata da tutto e dalla percezione che ho di me.

E’ tanto il desiderio di essere fuori da questo io pesante e sconosciuto, fuori dallo spazio della coscienza. Coscienza i cui limiti non mi sono chiari.

Io pesante? il mio presunto io mi va piuttosto a genio, ma l’importanza che gli attribuisco è troppa. Sconosciuto? un po’ perché cambia sempre, soprattutto perché come sapere di lui con obiettività.

Va alleggerito. Allontanandomi dalle mie certezze e da un centro tolemaico mi avvicinerò un po’ alla volta a una parte di me che mi piace chiamare Cristina. Una zona essenziale, quella che mira al dunque nelle azioni, che alza gli occhi al cielo per farsi trasportare da nubi leggere, che prende i carichi necessari. Come una ballerina di fila in mezzo al ballo della vita, con

un tocco di leggiadria da regalare a se stessa e ai tanti danzatori.

Dove stia ora il mio seme non lo so, la mia fantasia lo colloca seduto composto su un campo appena arato. Soffice terra sotto un cielo terso, sì potrebbe essere lì a guardarmi. Gli vado incontro.

Da anni i ciottoli sono per me un riferimento nella perdita della percezione del tempo. Quelli sul greto dei torrenti o lungo le spiagge. Li prendo in mano a uno a uno, ne osservo per primi i colori e poi vado alla ricerca dei cristalli. Quei luccichii che spesso non hanno nome sono una formidabile variabilità nel piccolo. La superficie liscia parla di tempi lunghi che hanno smussato ogni spigolo. Chiudendo gli occhi i polpastrelli li accarezzano come petali. Ne raccolgo sempre alcuni, mi portano la loro multiforme semplicità, mi raccontano di come la natura possa mantenere intatto il segno della sua straordinaria complessità in universi quasi invisibili.

Con gli anni ho lasciato la mia attenzione su quelli sempre più minuti. Riescono a farmi svanire, mi rapiscono. Per me il trucco è questo: più sono infinitesimali meno si classificano e prende posto lo stupore.

Anche di fronte ai fiori più belli una parte di me pensa.

Ogni ciottolo ha la sua lunga storia, un suo punto fisso e con inaspettata dolcezza conduce a una sua pace: i pensieri scorrono scorrono lasciando un colore, un brillare, un fermo immagine.

Ognuno di quei ciottoli mi ha guardata.

“Queste idee sono nate da un bel pensiero di un mio amico, Ennio Martignago”.

Annunci