“Farsi fotografi”

Il Counselor vede, sente, prova come un attento fotografo …
Cornell Kapa
Cornell Capa with camera. Courtesy International Center of Photography. © Yvonne Kalmus

Ecco Cornell Capa, fratello di Robert, appartenne come lui alla Magnum Photos.

Questo ritratto mi ha “ipnotizzata”.

Guardatelo:

“Osserva, scruta, attento a cogliere ogni particolare, per scegliere poi l’attimo in cui scattare, al massimo della concentrazione. La macchina fotografica è sorretta dalle mani, è un prolungamento dello sguardo e del pensiero, conosciuta in ogni suo dettaglio. Con questi occhi va a caccia di “momenti”, “squarci aperti su vite”, “atmosfere”, “sentimenti”, trova dettagli rivelatori. Tutto dentro tace, si ferma, è il “fuori” che prepotente conta, a lui “si inchina” per ritrarlo il più possibile com’è, con la sua dignità e la sua peculiarità”.

Quando si lavora in mezzo alla gente, insieme alla gente ci si allena a “inquadrare”, non certo nel senso di dare coordinate, schematizzare con quelli che sono i nostri canoni. Si “inquadrano” gli altri immaginando di essere un obiettivo nitido, di quella nitidezza che consente di vedere chiaro, oltre l’apparenza, senza nulla aggiungere, nessun ritocco. Li si sente nel loro ambiente, con timori, titubanze, entusiasmi, fragilità, passioni, predisposizioni, con tutti i loro affetti e le grandi sfumature di sentimenti.

Questo obiettivo lo si deve raffigurare anche molto “sensibile”, a tutte le luci, ai diversi stati d’animo, alle loro variazioni; un obiettivo empatico.

Farsi fotografi per fermare gli istanti, per coglierli nella loro immediatezza e totalità. Gli scatti non sono contenitori di parole e discorsi, di tante fini espressioni sì.

Spesso percepiamo le vite come intricate, come film dalle trame imprevedibili, anche indecifrabili, diventa difficile comprenderle, anzi si rischia di non capire nulla.

Singoli fotogrammi possono aiutare ad avvicinarsi alle persone cogliendo i momenti veramente significativi dei loro racconti, semplificando.

Cornell Capa intervistato disse: “Sono nato in Ungheria, il che può essere parzialmente una risposta al perché sono un fotografo. L’ ungherese è una lingua che solo gli ungheresi parlano, nessun altro ci capisce. Lasciati i confini dell’Ungheria avete bisogno di un traduttore, o è necessario disporre di un linguaggio universale. La fotografia è un linguaggio universale”.

Provare a essere occhi di fotografo potrebbe essere un modo per capire il linguaggio di chi esiste intorno a noi.

Capire porta a rispettare.

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