Pazienti calligrafi

 

Chiedermi quale fosse lo scopo del mio vivere è stato un quesito serio, a momenti un tormento.

Da piccola conoscevo “la risposta”, come se fossi nata con quella. Un giorno la scrissi in un tema. Quella fu la sola per molto tempo, senza dubbi. Nessuno, a parte me, ci fece caso.

Il mio io “adolescente” si spaventò vedendo il mondo crudo, bellicoso, irriverente, insolente, cieco e sordo, ma restai ferma nel mio proposito: farlo migliore. Non pensavo a cambiamenti grandiosi, mi sarei accontentata di un po’ più di amore e rispetto per tutto e tutti.

Trascorsi poi anni in cui credetti che ogni tentativo fosse inutile: le Persone e la Natura urlavano, le ingiustizie schiacciavano Popoli interi, l’indifferenza aveva il sopravvento. Che fare? provai ad accontentarmi delle minuzie che accadevano in me e intorno a me. Accontentarsi funzionò poco e per breve tempo; arrivarono l’insoddisfazione e la malinconia, lenta la rabbia si insinuò nei muscoli, irrigidendoli.

Potevo stare così? No. Furono proprio insoddisfazione, malinconia e rabbia che ribollendo insieme mi fecero scattare per ricordarmi i miei ideali, semplici, forse anche minuti, ma ideali.

Nel contempo l’idea del trovare il perché e il come per sentirmi “collocata”, con un cammino tutto mio cominciò a suonarmi inutile. Veramente mi avrebbero dato tranquillità e soddisfazione?

Nella vita non esistono compitini, esercizi di svolgimento, percorsi prestabiliti. Bisogna alzarsi sorridendo al nuovo giorno stando coraggiosi in equilibrio su una corda, a volte su una tela fatta di fili sparsi che porteranno a incontri, scelte, errori, scivoloni, gratificazioni, risultati positivi … a un arcobaleno di possibilità, anche quelle non contemplate, nemmeno immaginate. Per muoversi tentando un equilibrio le regole non esistono, i pre-giudizi vanno dimenticati, restano le esperienze, il buonsenso e tanta attenzione, percezione del mondo, anche di quello interno.

Non esiste uno scopo ultimo, almeno per me, ma la ricerca della capacità di adeguarsi, di plasmarsi, di cambiare. Su questo nostro pianeta siamo in movimento, dalla nascita ogni nostra cellula lo è; abbiamo un corpo allenato alla presenza di forze che giungono da ogni direzione, con diversa intensità.

Grazie a quelli che chiamiamo mente e pensieri vorremmo fissità, certezze e stabilità. Basterebbe comunicare con ogni parte di questo nostro corpo, essere presenti al mondo per sentire che tutto quanto ciò è impossibile. Meglio lasciarsi andare, planare nel vivere senza continue aspettative, cullati dal percepire. Vogliamo, desideriamo, immaginiamo, progettiamo ciechi a possibilità e opportunità, tralasciando quella “nostra voce” che indica e i segnali dell’ intorno.

Sempre da piccina, gli artisti del circo che più mi incantavano erano i trapezisti. Lassù, senza una rete volteggiavano armoniosi lanciandosi fiduciosi verso mani, stringendone forte altre. Anni di costante allenamento, fatica celata da sorrisi, gestione della paura e affiatamento … Gesti naturali in una danza sospesa. Nella vita ci vengono lanciati trapezi, andiamo verso e qualcuno cerca nelle nostre mani una sicurezza.

Siamo come pendoli che oscillano sospesi e se solo non pensassimo al tempo ma a questo gioco di mani allenate e sorrisi sentiremmo meno il sudore.

Per i più avventurosi sapere che le certezze non esistono e che ci si muove improvvisando infonde persino una leggera ebrezza. Gli ansiosi, sempre alla ricerca di punti fermi o almeno di riferimenti sanno che da soli, con le loro risorse possono scovare appigli.

Amanuensi di storie d’altri?

Pazienti calligrafi della propria.

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